ALFETTA la berlina sportiva di casa Alfa Romeo – (1972/1984) – Italia

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L’Alfa Romeo Alfetta è una berlina sportiva di classe medio-alta prodotta tra il 1972 e il 1984 dalla casa milanese Alfa Romeo nello stabilimento di Arese.

La nuova “Alfetta” avrebbe dovuto essere la vedette del Salone dell’automobile di Torino dell’ottobre 1971 e già in agosto erano state diffuse le caratteristiche tecniche alla stampa specializzata. Tuttavia, la scelta di dare il maggior risalto alla contemporanea “Alfasud”, il timore di oscurare la “2000” e una serie di scioperi nella fabbrica di Arese, fecero slittare la presentazione di oltre sei mesi.

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Presentata nel maggio 1972, l'”Alfetta” fu senza dubbio una delle Alfa Romeo più innovative del dopoguerra. Essa infatti pur rispondendo a tutti i canoni tipici del marchio rappresentava una forte innovazione rispetto ai modelli precedenti. La sua linea, che avrebbe ispirato a lungo l’evoluzione di gamma, segnò un punto di rottura con il precedente stile Alfa Romeo. Rimase sul mercato fino al 1984 quando venne sostituita dalla “90”.

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La linea dell’Alfetta è squadrata, scevra da venature e pieghe, moderna per l’epoca ma classicizzata dal frontale tipicamente Alfa Romeo con i doppi fari tondi in cornici cromate e lo scudetto in posizione centrale. Guardavano alla tradizione i paraurti a lama in acciaio inossidabile, le tre barre cromate sulla calandra e le maniglie delle portiere. Così se la parte anteriore era bassa, raccolta e relativamente slanciata la parte posteriore presentava la novità più evidente: la coda alta che oltre a garantire vantaggi sul piano aerodinamico offriva una capacità di carico quasi da record per la categoria.

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All’interno non ci si era discostati dalla tradizionale formula Alfa Romeo. La plancia con la didascalia “Alfetta” in corsivo e gli inserti tipo legno era completata da un quadro strumenti completo e soprattutto molto leggibile che comprendeva oltre al tachimetro e al contagiri gli indicatori di livello carburante, temperatura acqua e pressione lubrificante oltre a una completa dotazione di spie. Il posto guida, ben realizzato, favoriva la guida a braccia distese e prevedeva anche la regolazione in altezza del volante.

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L’abitacolo era nel complesso molto accogliente e spazioso; l’assenza del cambio all’uscita del motore infatti aveva permesso di snellire abbastanza la parte anteriore del tunnel centrale tanto da dare un’incredibile sensazione di spazio ai posti anteriori. Quelli posteriori pur disponendo invece di molto spazio in senso longitudinale erano inficiati dall’ingombrante presenza del cambio posteriore che aveva costretto i progettisti dell’Alfa Romeo a gonfiare il tunnel centrale tanto da compromettere il comfort del passeggero posteriore seduto al centro.

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Il portabagagli seppur di generosissime dimensioni non era sfruttabile a pieno per via della molto alta soglia di carico che poteva costringere a fastidiosi sollevamenti e tendeva ad aumentare il pericolo di danneggiare la carrozzeria negli usi più intensi. Sotto il piano di carico trovavano posto la ruota di scorta e il serbatoio carburante di 50 litri. L’ampia vetratura garantiva una buona visuale in ogni direzione e solo in retromarcia la spiovente coda necessitava di una buona dose di pratica prima di poterne valutare correttamente l’ingombro.

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La dotazione, seppur non eccezionale, era buona per l’epoca e sarebbe stata arricchita con il passare delle generazioni sino ad arrivare alla fin troppo ricca ed elaborata Quadrifoglio oro del 1983. Nel 1972 il prezzo di listino era di L. 2.441.600, cui occorreva aggiungere L. 26.880 per l’interno in texalfa, L. 19.040 per il lunotto termico, L. 16.240 per gli appoggiatesta regolabili e L. 106.400 per la finizione metallizzata, unici accessori disponibili.

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Quello che lasciava a desiderare, come spesso era accaduto nella storia dell’Alfa “industriale”, erano le finiture, solo approssimative e non esenti da difetti di lavorazione e da materiali di scarsa qualità. Ma gli “Alfisti” dell’epoca, non compravano certo le vetture del Portello per sfoggiare la cura costruttiva di sedili e guarnizioni, quello che contava maggiormente erano le prestazioni e infatti la parte del leone era, secondo la tradizione, riservata alla raffinata meccanica.

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Parlando della parte meccanica più nello specifico non si può non parlare del bialbero Alfa Romeo (tipico delle vetture del marchio) da 1779 cm³ era derivato direttamente dalla sua antenata 1750, aveva ricevuto modifiche tali da permettere di elevare la potenza del motore a 122 CV, raggiungendo alcune migliorie ingegneristiche che ancora oggi alcuni produttori stentano a raggiungere. Il motore era costruito. Costruito completamente in lega di alluminio aveva le canne dei cilindri di ghisa riportate e sfilabili. I due alberi erano studiati in modo tale da garantire un affidabilità e una durata che faceva invidia alle rivali dell tempo e di adesso.

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L’Alfetta non è solo un auto che è rimasta impressa nell’immaginario collettivo solo per il suo stile e la sua storia, ma anche per l’adozione da parte delle forze di Polizia e dei Carabinieri che già dall’anno successivo alla sua presentazione decisero di impiegare per sostituire i modelli più vecchi della Giulia Super. Ma ahimè  l’Alfetta è ricordata dagli Italiani come l’auto dell’attentato ad Aldo Moro, infatti una versione blindata era usata sovente dai funzionari pubblici come auto Blu.

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Ed è anche per questo che moltissimi associano l’Alfetta a serie televisive ambientate negli anni ’70. Moltissimi sono gli esemplari utilizzati per la registrazione di polizieschi, che prevedono l’impiego dell’Alfetta come auto delle forze del ordine o dei banditi. Venne quindi impiegata sovente per la registrazione di spettacolari inseguimenti. ( 4apr17 )

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